Missionario
itinerante
per
indole
e
vocazione,
ma
soprattutto
per
il
grande
desiderio
di
essere
sempre
in
contatto
con
i
suoi
fedeli
sparsi
in
parecchie
tribù
dell’India
a
distanza
di
centinaia
di
Kilometri
una
dall’altra,
ma
anche
per
il
continuo
tentativo
di
evangelizzarne
delle
nuove.
Il
nome
di
don
Bosco
e
dei
salesiani
è
entrato
molto
presto
nella
vita
di
Oreste
probabilmente
come
lui
stesso
afferma
“prima
ancora
che
nascessi.”
La
mamma
Agostina
Montaldo,
infatti,
partecipa
da
giovane
alla
sepoltura
di
don
Bosco
e
divenuta
sposa
del
signor
Lorenzo
delle
Cecche
offre
in
seguito
tre
vocazioni
religiose
sui
cinque
figli
avuti:
oltre
ad
Oreste,
Giuseppe,
divenuto
sacerdote
diocesano,
Maria
Agnese
entrata
tra
le
suore
della
carità
di
Santa
Maria
Antida
Thouret,
Natale
,
Cesare
e la
sorellastra
Maria
felicemente
sposati.

Mons. Oreste Marenco con i coscritti
|
La
grande
ammirazione
per
i
salesiani
del
parroco
dell’epoca,
mons.
Falletti
e la
presenza
a
Diano
delle
Figlie
di
Maria
Ausiliatrice,
Congregazione
fondata
da
don
Bosco,
contribuirono
in
modo
determinante
alla
vocazione
di
Oreste.
Afferma:
“
Conservo
tuttora
un
caro
ricordo
della
mia
prima
maestra,
suor
Caterina
Zannone,
penso
che
la
mia
vocazione
salesiana
e
missionaria
sia
dovuta
in
gran
parte
a
questa
grande
educatrice.
Grazie
all’interessamento
del
parroco,
Oreste
continuò
gli
studi
a
Torino
e
nel
1923
partì
per
Bombay,
proseguendo
per
Shillong
dove
vi
fu
il
primo
duro
impatto
con
la
realtà
indiana.
Proseguì
la
formazione
in
vari
centri
diocesani
dell’India
compiendo
nel
frattempo
molti
servizi
pratici
e
teologici.La
consacrazione
sacerdotale
avvenne
il 3
aprile
1932.
Singolare
i
ricordi
della
sua
prima
messa
avvenuta
in
un
villaggio
a 10
Km.
di
distanza
da
Shillong
in
cima
ad
una
ripida
salita
da
raggiungere
a
piedi
:”Avevo
raccomandato
al
chierico
di
fare
attenzione
che
nella
cassetta
dell’altare
ci
fosse
tutto
il
necessario,
soprattutto
il
messale,
ma
giunti
al
villaggio
costatammo
che
mancava
proprio
il
messale.
Il
chierico
dovette
tornare
a
Shillong
e
pregare
un
confratello
di
portarmi
su
il
messale.
Cercai
di
riempire
la
lunga
attesa,
circa
quattro
ore
visitando
e
benedicendo
le
capanne
del
villaggio.
Era
molto
tardi
quando
finalmente
potei
iniziare
la
celebrazione
eucaristica
e
avevo
la
gola
secca…ma
non
era
lecito
sorbire
neppure
una
goccia
d’acqua.
Dovetti
accontentarmi
di
risciacquare
il
viso,
poi
celebrai
e
feci
la
mia
prima
predica
ai
fedeli”.
La
prima
destinazione
dopo
l’ordinazione
fu
Gauhati,
che
comprendeva
una
vasta
zona
nella
vallata
del
Brahmaputra
su
un’area
di
28.000
Kmq.
circa.
Le
tribù
Adibasi
erano
sparse
in
villaggi
e
nei
giardini
di
tè
distanti
15 -
20
Km
uno
dall’altro.La
maggioranza
degli
spostamenti
era
a
piedi,
raramente
gli
veniva
messo
a
disposizione
un
carro
trainato
da
buoi
o da
bufali.
La
popolazione
mostrava
di
gradire
molto
il
passaggio
di
don
Oreste
e
via
via
lo
attendevano
con
rinnovato
interesse;
afferma
“Essi
erano
convinti
che
io
sapessi
tutto
e
potessi
perciò
rispondere
a
ogni
loro
domanda,
se
avevo
tempo
gradivano
molto
che
io
mi
recassi
a
visitare
ogni
capanna
per
recitare
insieme
qualche
preghiera
e
benedire
tutta
la
famiglia,
ma
il
mattino
seguente,
dopo
la
messa
dovevo
ripartire
per
visitare
un
altro
villaggio
e
un’altra
visita
agli
stessi
villaggi
non
avrei
potuto
compierla
prima
di 4
– 6
mesi”.
In
ogni
villaggio
veniva
costruita
una
cappella
in
bambù
e
nominato
un
catechista
locale
che
cercava
in
ogni
modo
di
divulgare
gli
insegnamenti
di
don
Oreste.
I
risultati
si
moltiplicano
, la
passione
e la
dedizione
è
totale
poiché
ogni
giro
apostolico
eseguito
c’è
la
possibilità
di
scoprire
un
nuovo
villaggio
da
evangelizzare
ed
afferma
“
Queste
scoperte
mi
riempiono
il
cuore
di
gioia”.
Le
avventure
negli
spostamenti
o
nei
villaggi
sono
all’ordine
del
giorno
: “
Un
giorno
in
occasione
di
una
–
mela
- (fiera)
faceva
servizio
una
specie
di
corriera
e
decisi
di
servirmene
pensando
che
sarei
giunto
senz’altro
più
presto
al
villaggio
dove
ero
atteso.
Senonchè
l’auto,
invece
di
partire
al
mattino
come
era
stabilito,
partì
alla
sera
, e
mi
scaricò
alle
11
di
notte
in
piena
foresta
su
un
sentiero
che
attraverso
la
giungla
mi
avrebbe
portato
al
villaggio.
Mi
accompagnava
un
ragazzo
e
oltre
all’altarino
portatile
avevamo
il
necessario
per
dormire
,
una
cassa
di
medicinali
e
diversi
oggetti
religiosi.
Il
villaggio
distava
appena
tre
Km ,
ma
era
buio
e
faceva
piuttosto
freddo,
il
tutto
accompagnato
da
una
fastidiosa
pioggerella
che
penetrava
nella
ossa.Marciammo
per
un’ora
e
naturalmente
sbagliammo
strada
per
cui
dopo
tanto
faticare
ci
trovammo
smarriti
e
inzuppati
in
piena
foresta.”
Arrivarono
al
villaggio
a
notte
fonda,
ma
avevano
abbandonato
i
bagagli
nella
foresta
per
cui
c’era
la
necessità
di
svegliare
il
Catechista
del
villaggio
per
tentare
di
recuperarli.
Nuovamente
di
ritorno,
stanchissimo
don
Oreste
stava
per
avviarsi
verso
la
Cappella
nella
quale
aveva
una
specie
di
bugigattolo
per
dormire,separato
dall’altare
da
un
graticcio
in
bambu’
quando
il
Catechista
disse
allarmato:
“E’
pericoloso,Padre
dormire
là.
Quando
piove
e fa
freddo
un
grosso
orso
ha
preso
l’abitudine
di
rifugiarsi
a
dormire
proprio
sotto
il
palchetto
dove
dormi
tu.”
Don
Oreste
non
avendo
più
la
forza
di
controbattere
si
accampò
volentieri
tra
le
capre
di
una
vicina
capanna,
ma
dopo
poco
tempo
già
sveglio
per
la
celebrazione
della
S.Messa
constatò
le
impronte
inconfondibili
dell’orso
che
aveva
dormito
al
posto
suo.
Con
enorme
dispiacere
dovette
lasciare
le
sue
tribù
per
un
nuovo
incarico
nella
missione
di
Dibrugarh
dove
l’estensione
dei
territori
e la
mole
del
lavoro
da
svolgere
appariva
ancora
maggiore.
Ricorda.”Per
comprendere
meglio
le
difficoltà
di
questi
viaggi,
dirò
ad
esempio
che
per
visitare
un
gruppo
di
fedeli
dovevo
viaggiare
una
notte
in
treno,una
giornata
di
battello
sul
fiume,poi
nuovamente
tutto
il
giorno
su
di
un
battello
più
piccolo,poi
quattro
ore
di
corriera.Ma
non
era
ancora
finito!
Mi
restavano
12
km.
a
piedi
per
arrivare
al
villaggio
dove
generalmente
stabilivo
il
mio
quartier
generale
per
visitare
la
altre
comunità
sparse
nella
zona.”
Dopo
due
anni
di
permanenza
in
questa
zona
in
sostituzione
di
un
collega
missionario
polacco
fu
possibile
far
ritorno
a
Gauhati
dove
si
ripropose
di
evangelizzare
la
zona
di
Tezpur
di
etnia
Boro.
Grandissimo
l’entusiasmo
e
l’apprezzamento
di
quel
popolo
per
il
ritorno
di
don
Oreste.
Scoppiò
in
quegli
anni
(1935
–
1936)
una
grande
epidemia
di
colera
ed
in
tutti
i
villaggi
molte
persone
stavano
morendo
al
punto
che
alcuni
erano
già
totalmente
abbandonati.
Arrivò
un
giorno
una
delegazione
dal
villaggio
di
Bosco
Berha
molto
turbati
ed
in
cerca
di
aiuto.
Don
Oreste
diede
loro
qualche
medicina
già
sapendo
che
purtroppo
sarebbero
state
insufficienti,
“ma
poi,
ricordando
Don
Bosco,
durante
il
colera
che
infieriva
a
Torino,
aveva
distribuito
ai
suoi
ragazzi
una
medaglietta
di
Maria
Ausiliatrice,
ne
diedi
un
buon
numero
anche
a
loro,
raccomandando
di
distribuirle
a
tutti
gli
abitanti
del
villaggio.Non
molto
tempo
dopo
potei
effettuare
un
giro
in
quella
zona.In
molti
villaggi
gli
abitanti
erano
stati
più
che
decimati,
altri
erano
stati
completamente
evacuati,
ma
nessuno
di
Bosco
Berha
era
stato
colpito
dall’epidemia.
Con
molta
semplicità
ed
umiltà
racconta
fatti
ed
avvenimenti
che
danno
invece
l’effettiva
sensazione
del
miracolo.”Ero
andato
a
visitare
una
vastissima
piantagione
da
tè
ai
piedi
delle
montagne
del
Bhutan.Una
domenica,
mentre
distribuivo
la
Comunione,
un’Ostia
mi
sfuggì
dalle
dita.
Mi
fermai
per
raccoglierla
e
anche
le
persone
vicine
mi
aiutarono
a
cercarla,
ma
l’Ostia
era
introvabile…….Forse
mi
sono
sbagliato
pensai,
oppure
l’Ostia
è
caduta
nella
pisside
che
tenevo
in
mano
e
continuai
la
celebrazione
della
Messa.
Il
mattino
seguente
gli
operai
dovevano
tornare
al
lavoro,
e io
celebrai
molto
presto.
Terminata
la
Messa,
mentre
stavo
riponendo
i
paramenti,
alcuni
ragazzi
vengono
a
dirmi
con
lo
stupore
sul
volto.
“Padre
c’è
l’Ostia
sul
pavimento!”.
Immaginarsi
la
mia
meraviglia….Era
rimasta
tutto
il
giorno
e la
notte
per
terra
e
sarebbe
rimasta
così
per
almeno
tre
o
quattro
mesi,
fino
alla
prossima
visita!
Ma
come
si
era
potuta
nascondere
, se
avevamo
guardato
accuratamente
dappertutto!?
Pregai
uno
dei
ragazzi
di
fare
una
seconda
comunione
e
intanto
posai
l’Ostia
sull’altare.
Proprio
in
quel
momento
entrò
una
giovane
donna
e mi
disse:”
Padre,
ieri
non
mi è
stato
possibile
venire
in
Chiesa
per
la
Messa.
Come
sai
abitiamo
molto
lontano,
e
avendo
mandato
mio
marito
e i
figli,
ho
dovuto
restarmene
a
custodire
la
casa.
Stamattina
mi
sono
affrettata
per
giungere
in
tempo
alla
Messa
e
fare
la
Comunione
, ma
vedo
che
ho
fatto
troppo
tardi.
Dammi
almeno
l’assoluzione!”.
Non
solo
potei
confessarla,
ma
anche
darle
quella
sacra
Particola
che,
sfuggitami
dalle
mani,
era
misteriosamente
scomparsa
e
ritrovata
pochi
momenti
prima.
Pura
e
fortunata
coincidenza?
O il
Signore
si
era
di
proposito
nascosto
in
attesa
di
quell’anima
che
aveva
un
così
vivo
desiderio
di
riceverlo?”
Negli
anni
1935
–
1936
Don
Oreste
Marengo
è
direttore
della
Scuola
don
Bosco
di
Gauhati
e
responsabile
del
relativo
centro
missionario,
ma i
due
incarichi
sono
veramente
incompatibili
per
l’enorme
mole
di
lavoro
da
svolgere.
Con
grande
felicità
accolse
l’arrivo
di
don
Alessi
chiamato
da
Tezpur
per
reggere
l’opera
salesiana
lasciando
a
don
Oreste
la
possibilità
di
dedicarsi
ai
cristiani
delle
lontane
tribù.
Le
avventure
negli
spostamenti
non
piegano
la
grande
volontà
di
raggiungere
i
suoi
fedeli:”Nei
miei
viaggi,
quasi
tutti
fatti
a
piedi,
mi
sono
imbattuto
in
animali
pericolosi
di
ogni
specie:
elefanti,
tigri,
leopardi,
orsi,
serpenti,cobra
e
pitoni,
ma
posso
assicurare
che
nessuno
di
essi
è
più
avido
di
sangue
quanto
le
zanzare,
le
cimici
e le
sanguisughe….”.Anche
le
tribù
non
aventi
fede
cristiana
erano
molto
rispettose
nei
confronti
di
don
Oreste.
“Un
giorno
passai
per
Dumbajar,
un
grosso
villaggio
di
fede
luterana
che
si
guardavano
bene
dal
lasciarsi
avvicinare.Una
giovane
madre
con
un
bimbetto
tra
le
braccia,
però,
mi
sbarrò
il
passo
implorandomi:
Padre,la
gente
dice
che
questo
bambino
è
diventato
cieco
per
colpa
dei
miei
peccati.
Sarò
certo
una
peccatrice,
ma
non
ho
coscienza
di
aver
commesso
una
colpa
così
grave
da
meritare
un
castigo
così
terribile!,
e
cominciò
a
piangere
sommessamente.Cercai
di
consolarla;
si
chinò
fino
a
toccarmi
i
piedi
in
segno
di
venerazione
e
tornò
sui
suoi
passi”.Le
avventure
sono
all’ordine
del
giorno:”
Una
volta,
dopo
aver
trascorso
la
notte
al
centro
della
riserva
forestale
di
Kachugaon,
la
più
estesa
di
tutta
l’India,
attraversai
il
fiume
Hel
su
di
un
carrello,
ma
giunto
sull’altra
sponda
uno
spettacolo
incredibile
mi
si
parò
davanti.
Tutta
la
zona
era
un
mare
d’acqua
ed
era
proprio
là
che
dovevo
recarmi
per
visitare
un
villaggio
Boro
dove
mi
avevano
mandato
a
chiamare
per
risolvere
alcune
controversie
sorte
tra
loro
e i
pagani.
L’acqua
mi
arrivava
alla
cintola
e
decisi
che
dovevamo
tentare
egualmente.
Al
calar
del
giorno
giungemmo
in
un
villaggio
di
una
sottotribù
dei
Santali,
mi
ripulii
alla
meglio
ed
accettai
il
tradizionale
piatto
di
riso.Ero
veramente
spossato,
per
cui,
stesa
la
rete
che
portavo
sempre
con
me
per
proteggermi
dalle
zanzare,
mi
buttai
sul
letto
di
corde
che
mi
era
stato
preparato.Avrò
dormito
circa
mezz’ora
quando
venni
svegliato
da
un
pungente
prurito
in
tutto
il
corpo.Balzai
dal
letto
e
vidi
un
esercito
di
cimici
rosse
che
passeggiavano
sul
lenzuolo
e
sulla
zanzariera.
Mi
coricai
quindi
sulla
nuda
terra
e
finalmente
mi
addormentai.
Da
quella
notte
ho
sempre
avuto
ripugnanza
per
i
letti
di
corda”.
Le
enormi
difficoltà
incontrate
quotidianamente
non
potevano
non
lasciare
traccia
. Un
attacco
di
malaria
colpì
infatti
don
Oreste
proprio
al
termine
di
tutte
le
visite
alla
varie
comunità
quando
stava
per
far
ritorno
a
Gauhati.Giuntovi
sfinito
per
la
febbre
trovò
un
telegramma
dell’ispettore
don
Scuderi
che
lo
invitava
a
raggiungerlo
subito
a
Calcutta.Con
gli
attacchi
febbrili
in
aumento
partì
per
Calcutta
dove
apprese
con
enorme
disappunto
l’ordine
di
lasciare
la
missione
ed
occuparsi
dell’insegnamento
ai
novizi
italiani.
Ricorda:
“A
quel
tempo
non
esisteva
il
dialogo….a
me
non
rimase
altro
che
piegare
il
capo
ed
accettare
quell’obbedienza
così
diversa
dall’apostolato
al
quale
mi
ero
consacrato”.
Ricorda
però
don
Bacchiarello:”
Toglierlo
dalla
missione
era
l’unica
maniera
per
salvarlo.Quando
arrivò
era
ridotto
a
uno
spettro.
Abbandonare
la
sua
attività
per
fare
il
maestro
dei
novizi
fu
certo
un
grande
sacrificio
per
lui,
ma
solo
così
don
Scuderi
riuscì
a
impedirgli
che
cadesse
sfinito
sul
campo
di
lavoro.
Per
circa
10anni
don
Oreste
si
occupò
della
scuola,ma
lo
scoppio
della
seconda
guerra
mondiale
ne
provocò
la
chiusura
per
mancanza
di
novizi
provenienti
dall’Italia.
Grandissima
la
felicità
di
don
Marengo
nel
ritornare
alle
missioni
e si
ripropone
nel
1946
di
esplorare
le
tribù
Mikir.
Con
grande
spirito
di
sacrificio
studia
le
loro
lingue,
totalmente
diverse
da
un
villaggio
all’altro,
cerca
di
comprenderne
la
mentalità,
li
aiuta
con
medicine
e
riesce
anche
a
stampare
un
catechismo
e un
libro
di
preghiere
nella
loro
lingua.
Nel
1951,
predicando
in
un
corso
effettuato
alle
suore
di
Maria
Ausiliatrice,
venne
salutato
con
inspiegabile
entusiasmo
e
molti
nel
riverirlo
lo
chiamavano
Monsignore.”Tutti
credevano
che
fossi
al
corrente
della
nomina
e
l’avessi
tenuta
nascosta,
mentre
io
ero
all’oscuro
di
tutto.Mi
girava
la
testa
e le
gambe
non
mi
reggevano.
La
lettera
del
Delegato
apostolico,seppure
inviata,
non
l’avevo
mai
ricevuta
e
ora
la
mia
situazione
era
imbarazzante.Sentivo
solo
di
non
poter
accettare,
ma
non
avevo
la
minima
idea
di
come
muovermi
in
quel
frangente”.
La
nomina
a
Vescovo
di
Dibrugarh
venne
in
seguito
ufficializzata,
ma
Don
Oreste
non
diede
il
proprio
consenso
supplicando
il
Delegato
apostolico
di
cercare
di
convincere
del
rifiuto
i
superiori
di
Torino
e di
Roma.
Dopo
quattro
mesi
di
costanti
insistenze
e di
angosciosi
dinieghi
Don
Oreste
per
rispetto
ed
obbedienza
accettò
la
Consacrazione
Episcopale.
“Giunsi
a
Torino
la
vigilia
della
festa
dell’Immacolata,
buon
auspicio
certamente,
e mi
recai
poi
per
qualche
giorno
a
Diano
tra
i
miei
compaesani,
soprattutto
con
la
mia
carissima
vecchia
mamma
e i
fratelli,
che
rivedevo
dopo
28
anni,
e
diversi
nipoti,
che
vedevo
per
la
prima
volta:
tutti
esultanti
e
commossi
per
il
grande
avvenimento.
Fui
ordinato
Vescovo
il
27
dicembre
1951
nella
basilica
di
Maria
Ausiliatrice
a
Torino.
Oltre
ai
miei
cari,
era
presente
anche
la
mia
antica
maestra
di
Diano,
suor
Caterina
Zannone,
di
80
anni,
venuta
espressamente
da
Napoli.”
Nominato
Vescovo
di
Dibrugarh
Monsignor
Oreste
Marengo
sentiva
ora
ancor
più
l’impegno
nel
risolvere
il
difficile
problema
di
inviare
missionari,
ma
oltre
agli
scarsi
mezzi
finanziari
si
presenta
ancor
più
carente
la
disponibilità
di
personale.Con
grande
piacere
si
deve
quindi
prendere
cura
in
prima
persona
della
vasta
regione
del
Manipur.
L’ardore
per
l’apostolato
per
portare
a
Cristo
le
tribù
affidate
alle
sue
cure,
lo
spinge
sempre
alla
conquista
di
nuove
posizioni
anche
con
lo
studio
di
due
nuove
lingue
(
oltre
alla
dozzina
di
lingue
già
conosciute)
per
raggiungere
due
tribù
localizzate
sulla
frontiera
orientale
assamese.
Attraversando
torrenti
impetuosi,
dense
foreste
e
scalando
alte
montagne
Monsignor
Marengo
accompagnato
da
Don
Ravalico
raggiunge
le
nuove
tribù
dove
fece
il
primo
discorso
in
lingua
Lotha.
“Impossibile
descrivere
l’accoglienza
della
folla
accorsa
ad
incontrarci.
Quella
povera
gente
aveva
atteso
per
anni
l’arrivo
di
un
sacerdote
cattolico;
per
questo
la
loro
allegria
e il
loro
entusiasmo
erano
al
colmo.Avevano
costruito
una
spaziosa
capanna
in
legno
e
paglia
che
divenne
subito
la
Chiesa.
Era
venuto
a
trovarmi
anche
l’anziano
capo
del
villaggio
che
mi
disse
di
non
essere
cristiano,
ma
di
rispettare
le
volontà
della
sua
gente.
Grandissima
la
gioia
quando
tre
anni
più
tardi
si
fece
cattolico”.
In
ogni
villaggio
la
bontà,
l’entusiasmo
e la
fede
di
Monsignor
Marengo
lasciano
una
profonda
traccia:”A
volte
non
riuscivo
a
trattenere
le
lacrime
celebrando
in
una
comunità
che
tre
o
quattro
anni
prima
era
ancora
pagana
e
ora
sapeva
cantare
e
pregare
con
devozione,
partecipando
alle
celebrazioni
liturgiche
con
la
fede
e il
fervore
dei
primi
cristiani”.
Con
grande
spirito
di
sacrificio
e
grazie
agli
aiuti
economici
in
arrivo
non
solo
dall’Italia
Monsignor
Marengo
riesce
a
compiere
opere
grandiose
acquistando
terreni
in
punti
strategici
e
costruendo
chiese,
scuole
o
case
famiglie
in
grado
comunque
di
accogliere
solo
una
piccola
parte
delle
numerose
richieste.
Ma
le
sue
preoccupazioni
maggiori,
come
scrive
don
Ravalico,
non
sono
le
costruzioni
materiali,
pur
così
necessarie,
quanto
piuttosto
l’espansione
apostolica
,
movente
principale
di
ogni
sua
attività,
l’assillo
quotidiano
della
sua
anima
apostolica
ardente
di
zelo.Se
da
un
lato
vi
era
molto
entusiasmo
tra
la
popolazione
dall’altro
spesso
vi
era
ostilità
da
parte
del
capo
del
villaggio.”In
una
tribù
del
Nagaland
subii
l’unica
violenza
della
mia
vita
missionaria.Il
capo
del
villaggio
ci
aveva
proibito
di
proiettare
film
religiosi
all’aperto.
Ma
due
giovani
cattolici
ci
invitarono
a
proiettarli
nella
loro
casa,
alla
presenza
di
diversi
loro
amici.Appena
iniziata
la
proiezione
arrivarono
quattro
o
cinque
energumeni
che
fracassarono
cose
e
persone.Qualcuno
intanto
aveva
avvertito
la
polizia,
ma
non
volli
sporgere
denuncia
con
grande
sorpresa
dell’Ispettore
impressionato
dalla
nostra
generosità.
Chi
dovette
masticare
amaro
fu
l’autorevole
pastore,
responsabile
del
fattaccio:
fu
biasimato
da
tutti
i
villaggi
Marioli
della
zona
e
molti
si
avvicinarono
a
noi
per
conoscere
meglio
la
religione
cattolica.
Non
molto
tempo
dopo
potei
ripagare
quel
pastore
raccomandando
una
sua
figlia
perché
fosse
accettata
al
Collegio
santa
Maria
di
Shillong.Di
fondamentale
importanza
la
presenza
accanto
all’opera
di
Monsignor
Marengo
delle
suore
missionarie
di
varie
congregazioni
impegnate
anche
nell’assistenza
infermieristica
spesso
anche
con
responsabilità
di
complessi
ospedalieri.
Due
o
tre
volte
all’anno
il
Vescovo
compie
visite
agli
ammalati
degli
ospedali,
fermandosi
a
parlare
con
ciascuno
di
loro,
con
grande
felicità
dei
dottori
che
notano
un
grande
benessere
generale
ad
ogni
suo
passaggio.
Conoscendo
parecchie
lingue
e
dialetti
il
suo
passaggio
era
a
volte
l’unico
modo
di
comunicare
con
i
malati.
Estremamente
attive
le
suore
missionarie
di
Maria
Ausiliatrice
poterono
acquistare
un
appezzamento
di
terreno
adiacente
la
missione
ed
iniziarono
la
costruzione
di
una
scuola.
Quando
questa
era
già
avanzata
ed
era
già
costata
una
forte
somma
il
continuo
innalzamento
del
livello
del
fiume
Brahmaputra
stava
mettendo
in
pericolo
l’intera
città.
L’erosione
della
sponda
cominciò
ad
inghiottire
i
più
bei
palazzi
e il
governatore
pensava
di
evacuare
la
città.
Le
suore
erano
molto
preoccupate
.Si
presentarono
a
Monsignor
Marengo
pregandolo
di
scrivere
a
Padre
Pio
richiedendogli
se
dovevano
o no
continuare
a
costruire.”Scrissi
immediatamente
a
Padre
Pio
presentando
la
situazione
di
Dibrugarh.Ricevetti
un
breve
scritto
:
DICA
ALLE
SUORE
DI
CONTINUARE
A
LAVORARE
CON
ZELO
PER
LA
GLORIA
DI
DIO
E DI
NON
AVER
ALCUN
TIMORE
PERCHE’
IL
GOVERNO
COSTRUIRA’
UNA
NUOVA
DIFESA
E
SALVERA’
LA
CITTA’.Subito
dopo
il
primo
ministro
visitò
la
città
e
consultò
diversi
esperti
indiani
e
stranieri
che
proposero
diverse
soluzioni.
Fu
costruito
un
solido
frangiflutti
con
grossi
macigni
che
dalla
sponda
del
fiume
penetrano
verso
il
centro
per
oltre
cento
metri
salvando
la
città
e
realizzando
la
profezia
di
padre
Pio.
A
Roma,
all’inizio
degli
anni
’70,
si
stava
prospettando
un
nuovo
importante
progetto:
la
formazione
della
nuova
diocesi
di
Tura.
Pur
insistendo
sull’opportunità
di
lasciare
spazio
ai
numerosi
allievi
di
cittadinanza
indiana
Mons.
Marengo
sapeva
che
nessuno
di
essi
aveva
la
possibilità
di
reperire
i
mezzi
necessari.
Rispose
“Sono
salesiano
e
ritengo
mio
dovere
aderire
al
desiderio
dei
miei
superiori”
Come
cinque
anni
prima
si
ritrovò
a
scrivere
del
cambiamento
ai
suoi
benefattori
invitandoli
a
continuare
a
sostenere
le
diocesi
di
Dibrugarh
e
Tezpur
e,
ove
possibile,
anche
la
nuova
missione
di
Tura.Nonostante
le
condizioni
fisiche
non
eccellenti,
con
continui
attacchi
di
malaria,
i
primi
accenni
di
flebite
ed
un’ernia
piuttosto
grave
mons.
Marengo
parte
per
Tura
il
21
luglio
1972
instaurando
la
nuova
diocesi
poco
dopo
la
fine
delle
ostilità
tra
India
e
Pakistan.
Le
condizioni
della
popolazione
erano
pessime:
c'erano
molti
campi
profughi,
9
milioni
di
rifugiati
e
povertà
ovunque.
Si
decise
di
aiutare
indifferentemente
chiunque
chiedesse
aiuto;
mons.
Marengo
non
risparmiò
energie,
dedicando
tutto
se
stesso,
oltre
le
sue
stesse
possibilità
fisiche.
Ciò
che
maggiormente
lo
sconvolse
fu
l'enorme
quantità
di
ciechi
presenti
a
Tura
ed
in
tutta
la
zona
della
nuova
diocesi.
Da
subito
convinto
che
le
cause
di
tale
deficit
potessero
essere
ricercate
sia
nei
matrimoni
tra
consanguinei,
sia
nelle
carenze
alimentari,
sia
nelle
pessime
condizioni
igienico-sanitarie,
Mons.
Marengo
cercò
di
aiutare
in
ogni
modo
i
bisognosi
ed
insistette
per
la
diffusione
dell'istruzione
in
tutta
la
popolazione
aprendo
numerose
scuole
e si
adoperò
per
la
creazione
di
lavori
sociali,
per
rendere
autosufficienti
le
famiglie.
Per
un’azione
più
capillare
sul
territorio
inaugurò
nei
cinque
anni
di
permanenza
a
Tura
una
decina
di
centri
salesiani
con
relative
chiese
e
strutture
di
supporto.
Non
appena
intuì
che
le
condizioni
erano
mature
per
lasciar
spazio
ad
un
missionario
indiano
presentò
le
proprie
dimissioni
in
data
2
gennaio
1978.
Nuovo
vescovo
di
Tura
venne
nominato
don
Giorgio
Mamalassery
che
lo
volle
però
al
suo
fianco
in
qualità
di
procuratore.
Nel
1980,
quando
giudica
la
sua
presenza
a
Tura
non
più
indispensabile
si
trasferisce
nel
centro
salesiano
di
Mendal,
uno
dei
più
vasti
e
bisognosi
della
zona,
comprendente
oltre
20
comunità
cristiane.
Dopo
aver
costruito
dal
nulla
tre
diocesi
di
cui
ne è
stato
il
primo
Vescovo
ritorna
alla
sua
vera
passione
di
semplice
missionario.
Estremamente
umile
ha
sempre
accettato
incarichi
autorevoli
con
la
sola
consapevolezza
che
essi
erano
assolutamente
necessari
per
raggiungere
i
suoi
scopi.
Diversi
disturbi
fisici
gli
procurano
notevoli
sofferenze
che
lo
costringono
a
letto
per
brevi
periodi.
Ogni
volta
egli
riesce
comunque
a
superare
la
crisi
ed a
riacquistare
le
energie.
Suor
Annie
si
occupò
di
Mons.
Marengo
durante
la
sue
convalescenze.
Di
lui
ricorda
l'umiltà,
lo
spirito
di
preghiera
e di
obbedienza.
"Non
ho
mai
incontrato
un
uomo
più
semplice
e
felice".
Durante
i
sei
anni
spesi
al
suo
fianco,
prendendosi
cura
di
lui,
Suor
Annie
non
lo
sentì
mai
parlar
male
di
alcuno.
Incoraggiava
il
prossimo,
aveva
parole
di
conforto
per
tutti
e,
laddove
possibile,
li
aiutava.
"Mons.
Marengo
sapeva
come
apprezzare
gli
altri:
questo
era
uno
dei
motivi
per
cui
egli
fu
così
amato
e
rispettato".
Di
carattere
semplice
e
riservato
cercò
sempre
di
evitare
gli
onori
della
gloria,
ma
numerosi
furono
i
riconoscimenti
per
aver
dedicato
tutta
la
vita
al
servizio
degli
altri,
come
ad
esempio
quelli
ricevuti
in
occasione
dei
festeggiamenti
del
suo
90°
compleanno
,
nella
missione
di
Rongkhon.
Nel
1998
Mons.
Marengo
fu
ricoverato
più
volte.
La
causa
principale
dei
suoi
malesseri
va
ricercata
nel
dono
inesauribile
di
se
stesso
durante
i 75
anni
di
servizio
ininterrotto
nelle
missioni
del
nord
est
dell'India.
L'ultimo
ricovero
risale
al
20
maggio:
Mons.
Marengo
rimarrà
in
ospedale
70
giorni,
durante
i
quali
perderà
peso
ed
appetito.
Durante
la
degenza,
accompagnato
dalle
sorelle
che
a
turno
lo
vegliavano,
Mons.
Marengo
era
solito
visitare
gli
altri
ammalati,
per
confortarli
e
portare
loro
il
perdono
di
Dio.
Ancora
due
giorni
prima
di
morire,
trasportato
su
una
sedia
a
rotelle,
egli
chiese
ed
ottenne
di
far
visita
agli
ammalati.
Anch'egli
riceveva
molte
visite,
sia
di
gente
comune
,dai
villaggi
e
dalle
città,
sia
di
vescovi
del
nord
est
dell'India
che
era
solito
interrogare
desideroso
di
conoscere
i
progetti
futuri
delle
diocesi
indiane.
Negli
ultimi
giorni
di
vita,
Mons.
Marengo
fu
allietato
da
alcune
cassette
registrate
del
Vangelo,
che
ascoltava
per
tutta
la
giornata,
appare
molto
stanco,
ma
sereno.
Pregò
per
tutta
la
notte
in
italiano.
La
sorella
che
lo
assisteva
gli
chiese
se
pensava
che
l'ora
fosse
giunta.
Egli
rispose
in
modo
affermativo.
La
morte
celebrale
fu
dichiarata
alle
14.10
del
30
luglio
1998.
Quando
la
notizia
della
dipartita
si
estese,
molti
tentarono
di
raggiungere
l'ospedale
per
l'ultimo
saluto.
Messaggi
di
cordoglio
giunsero
da
ogni
parte
del
mondo.
Commovente
la
lettera
spedita
ai
nipoti
delle
Cecche
Nuccio,
Sina
e
Maria
dal
Fr.
Joseph
Puthenpurakal
in
cui
tra
l’altro
annuncia
che
“
nel
giorno
della
morte
una
donna
in
un
villaggio
molto
lontano
da
Tura
ha
avuto
un
sogno.
Ella
vide
il
Vescovo
tutto
in
bianco
salire
al
cielo
benedicendo
da
tutti
i
due
lati
finchè
non
lo
vedeva
più.
La
notizia
della
morte
del
Vescovo
non
lo
sapeva
affatto.
Il
giorno
seguente
ella
mise
suo
marito
a
Tura
per
vedere
cosa
si
era
capitato
al
Vescovo.
Giungendo
a
Tura
gli
aspettava
la
triste
notizia
della
scomparsa
del
Vescovo!
Sono
certo
che
Mons.
Marengo
è in
cielo
intercedendo
per
noi”
Quando
la
salma
raggiunse
la
cattedrale
di
Tura
per
l’estremo
saluto,
alle
14
del
1°
agosto,
nelle
aree
circostanti
si
accalcavano
circa
3000
persone.
C'erano,
tra
l'altro,
150
preti
e
250
suore,
quasi
tutti
i
vescovi
del
nord
est
dell'India
e
molti
anche
dall’estero.
Suor
Jala
fu
chiamata
a
riassumere
i
suoi
75
anni
di
missione
e
servizio
in
India.
Ricordò
lo
spirito
del
vescovo
italiano,
il
suo
amore
per
la
gente
e
per
l'India,
le
molte
lingue,
i
dialetti
che
aveva
imparato
e
che
parlava
correttamente,
nonché
il
linguaggio
universale
dell'amore
che
lo
aveva
guidato
per
tutta
la
sua
vita.
Ricordò
che
Mons.
Marengo
era
stato
il
padre
fondatore
di
tre
diocesi;
il
vescovo
che
mai
era
andato
in
pensione.
In
poche
parole
nella
sua
persona
aveva
preso
corpo
la
filosofia
e
l’esempio
di
Don
Bosco.
Profondo
ed
intenso
il
ricordo
di
Mons.
Mamalassery,
suo
successore
nella
diocesi
di
Tura:
"Mons.
Marengo
è
stato,
al
tempo
stesso,
un
soldato
di
Cristo
ed
un
santo".
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